martedì 5 marzo 2019

Da IL NOME DELLA ROSA di Umberto Eco, un esempio di indagine scientifica


Propongo del Materiale Didattico, che ho creato ed usato per anni per valutare le capacità logico deduttive dei miei allievi di Quarta Liceo, prima di iniziare il programma di Chimica.
Naturalmente il Materiale può essere usato liberamente dai Docenti che sono interessati, chiedo solo di far menzione del mio nome e di postare un Link al mio Blog.
Buon lavoro!




La prima competenza da acquisire per poter iniziare correttamente lo studio di una materia scientifica è un atteggiamento mentale rivolto all’indagine, alla ricerca di possibili spiegazioni di un fatto. A questo scopo vi si propone la lettura e la successiva rielaborazione di un brano, tratto dal libro di Umberto Eco “Il Nome Della Rosa”. Ecco alcune informazioni utili alla comprensione del brano:

1 – Il periodo
      La vicenda è ambientata nel Medioevo, in particolare nel novembre dell’anno 1327.

2 – Il luogo
      Un’Abbazia posta sui monti tra Piemonte e Liguria

3 – I personaggi
      Frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una missione diplomatica, ex-inquisitore, si trova a dover indagare su una serie di misteriose morti avvenute nell’Abbazia. Adso da Melk, novizio       benedettino, accompagnatore di Frate Guglielmo e suo ammirato discepolo, è il narratore       di tutta  la vicenda.
 
4 – Il momento in cui si colloca il brano
      Guglielmo e Adso, dopo un lungo viaggio, sono giunti in vista dell’Abbazia e ne stanno      osservando l’imponente e geometrica struttura e i dintorni ricoperti da uno strato sottile di neve fresca.


 
PARTE PRIMA
Abitudine al gusto dell’osservazione
 
 ;Mentre i nostri muletti arrancavano per l’ultimo tornante della montagna, là dove il cammino principale si diramava a trivio, generando due sentieri laterali, il mio maestro si arrestò per qualche tempo, guardandosi intorno ai lati della strada, e sulla strada, e sopra la strada, dove una serie di pini sempreverdi formava per un breve tratto un tetto naturale, canuto di neve.
“Abbazia ricca,” disse. “All’Abate piace apparire bene nelle pubbliche occasioni.”
Abituato come ero a sentirlo fare le più singolari affermazioni, non lo interrogai. Anche perché, dopo un altro tratto di strada, udimmo dei rumori, e a una svolta apparve un agitato manipolo di monaci e di famigli. Uno di essi, come ci vide, ci venne incontro con molta urbanità: “Benvenuto signore,” disse, “e non vi stupite se immagino chi siete, perché siamo stati avvertiti della vostra visita. Io sono Remigio da Varagine, il cellario del monastero. E se voi siete, come credo, frate Guglielmo da Bascavilla, l’Abate dovrà esserne avvisato. Tu,” ordinò rivolto a uno del seguito, “risali ad avvertire che il nostro visitatore sta per entrare nella cinta!”
Il piacere dell’intuizione
“Vi ringrazio, signor cellario,” rispose cordialmente il mio maestro, “e tanto più apprezzo la vostra cortesia in quanto per salutarmi avete interrotto l’inseguimento. Ma non temete, il cavallo è passato di qua e si è diretto per il sentiero di destra. Non potrà andar molto lontano perché, arrivato al deposito dello strame, dovrà fermarsi. È troppo intelligente per buttarsi lungo il terreno scosceso…”
“Quando lo avete visto?” domandò il cellario.
“Non l’abbiamo visto affatto, non è vero Adso?” disse Guglielmo volgendosi verso di me con aria divertita. “Ma se cercate Brunello, l’animale non può che essere là dove io ho detto.”
 
L’interpretazione come conseguenza della minuziosa osservazione

  Il cellario ebbe un momento di esitazione, poi fece un segno ai suoi e si gettò giù per il sentiero di destra, mentre i nostri muli riprendevano a salire. Mentre stavo per interrogare Guglielmo, perché ero morso dalla curiosità, egli mi fece cenno di attendere: e infatti pochi minuti dopo udimmo grida di giubilo, e alla svolta del sentiero riapparvero monaci e famigli riportando il cavallo per il morso. Ci passarono di fianco continuando a guardarci alquanto sbalorditi e ci precedettero verso l’abbazia. Credo anche che Guglielmo rallentasse il passo alla sua cavalcatura per permettere loro di raccontare quanto era accaduto. Infatti avevo avuto modo di accorgermi che il mio maestro, in tutto e per tutto uomo di altissima virtù, indulgeva al vizio della vanità quando si trattava di dar prova del suo acume e, avendone già apprezzato le doti di sottile diplomatico, capii che voleva arrivare alla meta preceduto da una solida fama di uomo sapiente.
“E ora ditemi,” alla fine non seppi trattenermi, “come avete fatto a sapere?”
 
PARTE SECONDA
Questionario
Spiegate le seguenti affermazioni di Guglielmo da Baskerville: 
 1.      Le persone stavano inseguendo un cavallo
2.      Il cavallo si è diretto per il sentiero di destra
3.      Era il cavallo preferito dell’Abate
4.      Era nero di pelo
5.      Era alto 5 piedi
6.      Aveva una coda sontuosa
7.      I suoi zoccoli erano piccoli e rotondi
8.      Aveva un galoppo regolare
9.      Possedeva capo minuto, orecchie sottili e occhi grandi
10.  Il suo nome era Brunello
11.  Indagate per scoprire i collegamenti contenuti nei nomi dei due protagonisti: 
      Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk





 
PARTE TERZA
L’abilità nel ragionamento

“Mio buon Adso,” disse il maestro. È tutto il viaggio che ti insegno a riconoscere le tracce con cui il mondo ci parla come un grande libro. Alano delle Isole diceva che 
omnis mundi creatura
quasi liber et pictura
 nobis est in speculum
 

e pensava alla inesausta riserva di simboli con cui Dio, attraverso le sue creature, ci parla della vita eterna. Ma l’universo è ancor più loquace di come pensava Alano e non solo parla delle cose ultime (nel qual caso lo fa sempre in modo oscuro) ma anche di quelle prossime, e in questo è chiarissimo. Quasi mi vergogno a ripeterti quel che dovresti sapere. Al trivio, sulla neve ancora fresca, si disegnavano con molta chiarezza le impronte degli zoccoli di un cavallo, che puntavano verso il sentiero alla nostra sinistra. A bella e uguale distanza l’uno dall’altro, quei segni dicevano che lo zoccolo era piccolo e rotondo, e il galoppo di grande regolarità — così che ne dedussi la natura del cavallo, e il fatto che esso non correva disordinatamente come fa un animale imbizzarrito. Là dove i pini formavano come una tettoia naturale, alcuni rami erano stati spezzati di fresco giusto all’altezza di cinque piedi. Uno dei cespugli di more, là dove l’animale deve aver girato per infilare il sentiero alla sua destra, mentre fieramente scuoteva la sua bella coda, tratteneva ancora tra gli spini dei lunghi crini nerissimi… Non mi dirai infine che non sai che quel sentiero conduce al deposito dello strame, perché salendo per il tornante inferiore abbiamo visto la bava dei detriti scendere a strapiombo ai piedi del torrione meridionale, bruttando la neve; e così come il trivio era disposto, il sentiero non poteva che condurre in quella direzione.”
“    Sì,” dissi, “ma il capo piccolo, le orecchie aguzze, gli occhi grandi…”

    “Non so se li abbia, ma certo i monaci lo credono fermamente. Diceva Isidoro di Siviglia che la bellezza di un cavallo esige «ut sit exiguum caput et siccum prope pelle ossibus adhaerente, aures breves et argutae, oculi magni, nares patulae, erecta cervix, coma densa et cauda, ungularum soliditate fixa rotunditas». Se il cavallo di cui ho inferito il passaggio non fosse stato davvero il migliore della scuderia, non spiegheresti perché a inseguirlo non sono stati solo gli stallieri, ma si è incomodato addirittura il cellario. E un monaco che considera un cavallo eccellente, al di là delle forme naturali, non può non vederlo così come le auctoritates glielo hanno descritto, specie se,» e qui sorrise con malizia al mio indirizzo, «è un dotto benedettino…»”.
     "Va bene,” dissi, “ma perché Brunello?”
     "Che lo Spirito Santo ti dia più sale in zucca di quel che hai, figlio mio!” esclamò il maestro. “Quale altro nome gli avresti dato se persino il grande Buridano, che sta per diventare rettore a Parigi, dovendo parlare di un bel cavallo, non trovò nome più naturale?”

     Così era il mio maestro. Non soltanto sapeva leggere nel gran libro della natura, ma anche nel modo in cui i monaci leggevano i libri della scrittura, e pensavano attraverso di quelli. Dote che, come vedremo, gli doveva tornar assai utile nei giorni che sarebbero seguiti. La sua spiegazione inoltre mi parve a quel punto tanto ovvia che l’umiliazione per non averla trovata da solo fu sopraffatta dall’orgoglio di esserne ormai compartecipe e quasi mi congratulai con me stesso per la mia acutezza.
 
 




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