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lunedì 5 dicembre 2022

ALESSANDRO MANZONI ? ERA UN BOTANICO!

             



Vi voglio parlare del grande scrittore e poeta Alessandro Manzoni, odiato dal 98% degli studenti italiani quando sono in età scolare, a causa della lettura loro imposta del suo romanzo; ma qui vi racconterò fatti nuovi e sconosciuti ai più!

Credo che il titolo vi abbia spiazzato, la stessa cosa è successa a me, quando cercando notizie relative ad un fiore strano mi sono ritrovata a leggere un brano del Manzoni, tratto dalla sua grande opera “I Promessi Sposi”, e più precisamente dal XXXIII capitolo, in cui lo scrittore narra del ritorno di Renzo al suo paese, dopo i mesi terribili di Milano. Renzo entra nel giardino della sua casa, devastato dall’incuria e dal passaggio dei Lanzichenecchi; il brano è conosciuto come “La vigna di Renzo” e di solito non è contenuto nelle antologie, perché giudicato dai critici come una digressione inutile e di cattivo gusto! Invece leggere il brano fa capire che Don Lisander, come lo chiamavano i suoi contemporanei, conosceva molto bene le specie vegetali spontanee, anche le erbe infestanti!

Il mio stupore è stato così forte che ho chiamato un’amica con elevate competenze letterarie per avere conferma e la risposta è stata: “Sì, il Manzoni era un grande Botanico!”

Tra poco analizzeremo il brano insieme, per coglierne la profondità, ma ora vediamo alcune notizie biografiche di Manzoni.

Alla morte di Carlo Imbonati, secondo marito di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni, tutti i suoi averi passarono alla moglie, anche la Villa di Brusuglio, alle porte di Milano, che fu ristrutturata ed ingrandita e che assunse così le forme che tutt’oggi conserva, in stile francese; la villa era immersa in una grande tenuta.



E proprio in quella tenuta, il Manzoni che era appassionato di botanica, aveva progettato un parco di 1500 piante, in prevalenza ad alto fusto. Ecco l’elenco proveniente da Casa Manzoni a Milano:




Fu il primo a coltivare in Lombardia piante di agrumi, limoni in particolare, nonché ad importare dagli Stati Uniti le robinie, piantate con il compito di impedire frane e proteggere le rive. (Quanto mai lo ha fatto! Questa specie alloctona si è diffusa in tutto il Nord Italia, con effetti devastanti sugli ecosistemi).

Il Manzoni inoltre aveva allestito un frutteto con centinaia di alberi di mele, pere, albicocche, ciliegie e prugne.

Molto ben organizzato e ambizioso era anche il vigneto, dove crescevano viti pregiate. Lo scrittore fu anche uno sperimentatore di coltivazioni esotiche, come il cotone ed il caffè ma con scarsi risultati.

Nel vasto parco di Brusuglio, esisteva anche una risaia a fini domestici: le piantine venivano acquistate dal Manzoni in persona a Pavia.

Ma il vero core business delle produzioni fu l’allevamento dei bachi da seta, che seguiva con il figlio, il terzo avuto da Enrichetta Blondel, Filippo. Per il nutrimento dei bachi aveva impiantato nella tenuta una grande quantità di alberi di gelso, una specie bellissima, il mitico “murôn”, come lo chiamavano i contadini lombardi in omaggio a Ludovico il Moro.

Nelle annate buone la rendita era notevole e consentiva anche buoni accumuli di denaro, ricchezza che certo non gli dava la letteratura.

Ma c’è ancora una curiosità sul nostro Don Lisander … aveva scritto un trattato di Botanica!

Saggio d'una nomenclatura botanica è il titolo attribuito dal Bassi e ripreso dal primo editore, Ghisalberti, ai materiali che Manzoni scrisse per un saggio rimasto incompiuto. Scopo dello scritto è proporre una riforma della nomenclatura botanica che superi il binomio linneano fondato sulla sequenza nome del genere e nome della specie!

Egli riteneva infatti che il sistema binomiale fosse sì comune agli studiosi, ma non universalmente diffuso, e propose l'adozione di un singolo nome proprio.

Ma come il Manzoni contesta il lavoro enorme fatto dal mitico Linneo?!!

Provate, come ho fatto io, a risalire dai nomi comuni che aveva utilizzato, al nome scientifico, non è stata una passeggiata!

 

Ed ecco il testo dove ho sottolineato le specie che prenderò in considerazione:

La vigna di Renzo, agosto 1630 (attenti al mese e alla data)

E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori poté subito argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d'albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S'affacciò all'apertura (del cancello non c'eran più neppure i gangheri); diede un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna - nel luogo di quel poverino -, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell'antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de' filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto della man dell'uomo. Era una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n'era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l'uva turca, più alta di tutte, co' suoi rami allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all'aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami, nelle foglie, ne' calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a' nuovi rampolli d'un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi chicchi vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all'altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone.

Iniziamo con l’acetosella o Oxalis acetosella è una specie di piccole dimensioni, con le foglie simili al trifoglio, ma molto graziosa che annuncia l’arrivo della primavera. Il nome comune della pianta (acetosella) deriva dal sapore acidulo e aspro delle foglie usate anticamente come condimento per le insalate e che ricorda appunto l'aceto. Vi confesso che io l’ho assaggiata, è buona. 

E qui caro Manzoni hai toppato perché le acetoselle ad agosto non ci sono!


 

La radicchiella o Crepis foetida, si tratta di una specie erbacea annuale, appartenente alla famiglia delle Asteracee, con brutti fiori gialli che emana un cattivo odore, caratteristica già implicita nel nome, Linneo la chiamò fetida


La panicastrella o Echinochloa crus-galli è una Graminacea che può arrivare fino al metro e mezzo di altezza, con il culmo robusto liscio, piegato a ginocchio vicino alla base, poi eretto. Diciamocelo questa è proprio una brutta pianta infestante. 


Certo che all’epoca senza erbicidi nei campi cresceva un po’ di tutto e il Manzoni era un esperto di erbe infestanti.

Ed ora arriviamo al top delle erbacce … la zizzania!

Sto parlando del loglio,  Lolium temulentum,  più conosciuto come zizzania


Si tratta una specie annuale che cresce spontanea e infestante fra le messi, con fiori a spiga rossa; ha cariossidi simili a quelle del frumento, ma che possono essere talvolta velenose.

La pericolosità di questa pianta infestante è ben nota fin dai tempi antichi, soprattutto per l'alto potere intossicante. Infatti, il termine temulentum (ubriacante) è riferito agli effetti derivanti dall'ingestione di farine contaminate da funghi, ma di quale fungo si tratta?

 È lui il terribile Claviceps purpurea, un fungo ascomicete fitopatogeno, che attacca una vasta gamma di piante appartenenti alla famiglia delle Graminacee, molte delle quali economicamente importanti come grano, segale, avena e orzo. È nota da secoli la segale cornuta, dove i conetti neri inseriti sulla spiga, i famosi corni,  sono i corpi fruttiferi  del fungo stesso contenenti diversi alcaloidi velenosi o psicoattivi del gruppo delle ergotine,  tra cui l’acido lisergico, potentissimo allucinogeno.

Molti casi di psicosi collettiva, con allucinazioni e successiva visione di streghe e demoni, seguiti da processi inquisitori e sentenze di morte, sono stati causati da ingestione di farine contenente il Claviceps! Ricordate le Streghe di Salem? Ci sono anche casi italiani sia chiaro! 

 

Inoltre il loglio è protagonista della “Parabola del grano e la zizzania”, nel vangelo secondo Matteo (capitolo 13 versetti da 24 a 30), a cui vi rimando.

Da questa parabola deriva il noto modo di dire "Seminare zizzania", cioè disseminare di elementi conflittuali e critici un determinato scenario relazionale rimanendo nell'ombra.

Da essa deriva anche il detto "Separare il grano dal loglio", ossia separare le parti di qualità da quelle dannose tra esse nascoste. Dante cita la malapianta almeno in due occasioni: Purgatorio II, 124 e Paradiso XII, 119. L'influenza della parabola nella storia della cultura letteraria e popolare è complessivamente enorme.

 Ed ora uno dei miei arbusti autunnali preferiti … l’uva turca



Il binomio linneiano Phytolacca americana ci dice già molto, si tratta di una pianta nativa del Nord America; tutte le parti della pianta risultano tossiche per l'uomo e gli animali domestici.

In Italia è stata coltivata a partire dal 1642 in Veneto, presso l’Orto Botanico di Padova, è segnalata come spontaneizzata in Piemonte solo alla fine del XVIII secolo.

E qui caro Don Lisander ti ho ribeccato! Come poteva trovarsi nella vigna di Renzo, nel 1630, l’uva turca che arrivò in Italia dopo quella data?


Ma ti perdoniamo perché una descrizione così bella non l’avevo mai letta … più alta di tutte, co' suoi rami allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri.


Ed eccoci arrivati al   tasso barbasso o  Verbascum thapsus , che, nonostante il nome non è affatto un animale, ma una splendida specie biennale di grandi dimensioni, che presenta grandi foglie lanose a terra, e diverse lunghe spighe ricoperte di vivaci fiori gialli, alcune volte assume  anche forme a candelabro! 

Il Caravaggio amava molto questa pianta, la troviamo ad esempio ai piedi di “San Giovanni Battista” o della Vergine nel “Riposo durante la fuga in Egitto” e comunque questa pianta aveva un valore simbolico estremamente importante di redenzione e rinascita.

 


Termino questa carrellata con il vilucchione o Convolvulus sepium

È una pianta erbacea perenne rampicante, ha foglie di grandi dimensioni e bellissimi fiori bianchi, la cui corolla, imbutiforme, è lunga fino a 6 cm.

 


 

Concludo dicendo che queste mie scoperte mi hanno fatto molto piacere, perché io sono stata una studentessa a cui “I Promessi Sposi” piacevano molto … in buona sostanza faccio parte di quel 2%. Ma devo confessarvi una cosa ... da quando ho scritto questo articolo per Pikaia, mi sono messa ad approfondire la Biografia del Manzoni, ed ho conosciuto un grande uomo, che nessuno dei  miei docenti di Lettere al Liceo, mi aveva presentato! Spero proprio che ora le cose vadano diversamente!


 

 


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