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lunedì 1 febbraio 2021

ALEXANDRE YERSIN, l’uomo che sconfisse la Peste Nera





Fu medico, ricercatore, microbiologo ed esploratore, poco conosciuto in Europa, venerato come Saggio in Vietnam dove gli hanno dedicato due templi. Fu uno dei Ragazzi di Pasteur


Ma andiamo con ordine e conosciamo questo scienziato straordinario …

Alexandre Yersin nacque in Svizzera il 22 settembre 1863 ad Aubonne (canton Vaud) una cittadina sulle sponde del Lago di Ginevra. Il padre, che aveva il suo stesso nome, era professore di Scienze Naturali al Collegio della sua città ed appassionato di Botanica ed Entomologia; purtroppo egli morì a causa di un ictus a soli 38 anni, due mesi prima della nascita di Alexandre.

Il piccolo e i suoi fratelli Émilie e Franck furono cresciuti dalla madre Fanny nella vicina città di Morges, nei pressi di Losanna., dove gestiva un Collegio per ragazze, la Maison des Figuiers.

La famiglia Yersin era Protestante Valdese.


Alexandre con la madre Fanny

Alexandre ereditò dal padre curiosità per la natura, senso dell'avventura e passione per la Scienza.

Alexandre rimase sempre in contatto con la madre, grazie ad un costante rapporto epistolare, (circa 900 lettere), dopo la morte della madre scrisse alla sorella Émilie a cui era legato da grande affetto.

 

Gli studi di medicina ed inizio della carriera scientifica

 

Egli seguì gli studi liceali a Losanna, dove nel 1883 si iscrisse alla Facoltà di Medicina; proseguì poi gli studi a Marburg in Germania.

Successivamente dal 1885 fece pratica nell'antico Ospedale Hôtel-Dieu a Parigi.

Nel 1887 Yersin e Emile Roux si incontrarono nell’obitorio dell’Hôtel-Dieu, tra i cadaveri delle persone morte per la rabbia, che Yersin stava esaminando; l’orfano di Morges e l’orfano di Confolens, divennero grandi amici. L'incontro aprì a Yersin, che aveva solo 23 anni,  le porte dell’Istituto Pasteur, dove Louis Pasteur stava lavorando al vaccino contro la rabbia.  

 

Foto di gruppo della Banda Pasteur, negli ovali da destra a sinistra
Yersin, Roux, in alto Pasteur


Yersin divenne un membro della cosiddetta Banda Pasteur: giovani ricercatori come Jacques Grancher (che studiava la tubercolosi), Waldemar Haffkinë (che sviluppò un vaccino anti-colera), Émile Roux (che preparò il  vaccino anti-difterite) e molti altri.

A 25 anni conseguì il dottorato di ricerca con una tesi sulla tubercolosi. Poi si recò a Berlino per seguire il corso di Microbiologia tenuto da Robert Koch, il grande antagonista di Pasteur!

Il corso non entusiasmò Yersin, che tornò a Parigi dicendo di avere sprecato il suo tempo.

In quel periodo collaborò con Roux alla scoperta della tossina della difterite.

Alexandre stabilì un legame forte con Pasteur, che lui considerava come un padre; passava spesso le serate con lui e la moglie.

 

La ricerca di una moglie

 

Dopo essere diventato ricercatore dell’Istitut, Yersin pensò che avrebbe dovuto anche sposarsi, in fondo il fatto di avere una moglie non aveva impedito a Pasteur di essere un grande scienziato!

Quindi decise di trovarsi una moglie e lo comunicò alla madre Fanny. La madre gli propose la nipote di un’amica: Mina Schwarzenbach, una ragazza molto bella.

Iniziò uno scambio di lettere … ma Alexandre bravissimo a scrivere trattati di microbiologia, non sapeva scrivere lettere romantiche! Le raccontava allora della vita all’Institut, delle scoperte, della vita che loro avrebbero fatto insieme a Parigi. Lei si aspettava poesie romantiche scritte solo per lei e quindi si stancò e lo lasciò.

Yersin rimanda la questione più avanti, ma non la prenderà più in considerazione.

Questo episodio ricorda molto quello che accadde a Charles Darwin, che dopo essere tornato dal viaggio sul Beagle ed avere scritto numerosi saggi, improvvisamente pensò … “dovrei sposarmi”?

E allora stilò un elenco di pro e contro per il matrimonio, ove vincerà il sì! Un unico problema, non da poco, Charles non era innamorato e dovette cercare una moglie; la sua fortuna fu scegliere la dolce Emma e non una virago come Mina.

A questo punto, nonostante il suo grandissimo talento e il fatto che avesse posto le basi per un'ottima carriera, nel 1890 Yersin lasciò l’Istituto Pasteur. 

Il suo spirito libero lo portò nel lontano Oriente, in Indocina come medico di bordo, presso la compagnia marittima di Bordeaux “Messageries Maritimes” dapprima sulla linea Saigon-Manila con il piroscafo Volga e poi sulla linea Saigon-Hanoi sul piccolo cargo Saigon.


In quegli anni Yersin ebbe la possibilità di esplorare l'Indocina, uno dei mondi più sconosciuti e vergini di quel tempo: in tre diverse e rischiose esplorazioni, completò precise mappe geografiche e antropologiche del territorio; d’altronde David Livingstone era da sempre il suo idolo.

 

La scoperta

Nel maggio del 1894 un’epidemia di peste bubbonica originatasi in Mongolia raggiunse la costa sud della Cina e in particolare il protettorato inglese di Hong Kong. Rientrato a Saigon Yersin trovò tantissimi telegrammi inviati dall’Istituto Pasteur, che gli chiedeva di recarsi immediatamente sul posto. Egli raccolse velocemente la strumentazione necessaria e partì per Hong Kong, dove arrivò a metà giugno.

Il territorio era già allora Protettorato Inglese e i Francesi erano decisamente non bene accetti, quindi Yersin ebbe molte difficoltà ad ottenere il permesso dal Governatore inglese per poter intraprendere le sue ricerche.

Qualche giorno prima era giunto ad Hong Kong il batteriologo giapponese Shibasaburō Kitasato, che aveva studiato con Koch ed era suo seguace. Gli Inglesi ovviamente appoggiarono Kitasato, mettendogli a disposizione laboratori e cadaveri di appestati; il povero Yersin invece lavorò in una capanna di bambù costruita per lui dall’italiano Padre Viganò, eroe della battaglia di Solferino, della Missione religiosa francese della città.

 


Proprio la scarsità di materiale scientifico però lo aiutò: se Kitasato manteneva le sue colture batteriologiche in un'incubatrice, non avendola Yersin le fece sviluppare in un ambiente naturale, nella sua capanna di bambù, e questo si rivelò vincente. Il bacillo si sviluppava meglio a temperature più basse di quelle del corpo umano.

Kitasato svolse ricerche sugli organi di coloro che erano morti a causa della peste, iniziando dai polmoni. Yersin invece eseguì delle autopsie su pochi corpi di appestati, dai quali estrasse i bubboni … così lui descrive la scoperta:

«Il bubbone è ben evidente. Lo estraggo in meno di un minuto e salgo nel mio laboratorio. Faccio rapidamente un preparato e lo metto sotto il microscopio. Al primo colpo d’occhio riconosco un purè di microbi tutti simili fra loro. Sono piccoli bastoncini tozzi dalle estremità arrotondate.»

Yersin scoprì così il bacillo della peste! Ed aveva solo 31 anni! Assegnò al patogeno il nome Pasteurella pestis in onore del suo maestro Louis Pasteur. Quasi 50 anni dopo, nel 1954 il binomio fu cambiato in Yersinia pestis , con la velocità che caratterizza i classificatori!

In seguito Yersin lasciò Hong Kong e ritornò in Indocina soddisfatto, quindi inviò il microbo della peste in Francia, entro provette ben sigillate, a cui allegò il suo trattato, che annunciava al mondo intero la scoperta dell’agente eziologico della Peste Nera. Il trattato venne letto il 30 luglio 1894 presso l’Académie des sciences, e pubblicato nel numero di settembre degli Annales de l'Institut Pasteur.

Io non credo che Yersin in quei momenti si sia reso conto della grandezza della sua scoperta, cioè di avere finalmente isolato il terribile agente di morte, che aveva mietuto nel mondo decine di milioni di vittime e soprattutto di aver dimostrato che era un batterio a causare quelle stragi e non l’ira delle divinità di turno nei confronti dell’uomo!

Vorrei anche sottolineare il coraggio di questi medici che lavoravano a contatto con agenti pericolosissimi, per cui non esisteva allora una cura … e stiamo parlando della Peste Bubbonica, non del Covid-19!

 Kitasato pubblicò la sua scoperta sulla rivista Lancet del 25 agosto 1894. I due bacilli erano differenti come il giorno e la notte … perché quello di Kitasato era un comune pneumococco!

Durante la sua permanenza ad Hong Kong Yersin, dopo aver visto numerosi ratti morti, pensò che i topi costituissero il principale veicolo di diffusione della malattia, ma non riuscì a comprendere le modalità della trasmissione, da cui l'annotazione:

«La peste è dunque una malattia contagiosa e inoculabile. È probabile che i topi ne costituiscano il veicolo principale, ma non ne ho certezza»

Anni dopo fu un altro pasteuriano  Simond, che approfondì le ricerche di Yersin, a scoprire che le  pulci, appartenenti alla specie Xenopsylla cheopis presenti sui topi erano le reali portatrici del batterio.

 Yersin ricevette la Legion d’Onore per la sua scoperta!


Il vaccino

Alexandre decise di stabilirsi a Nha Trang, in Indocina, dove aveva già acquistato case e terreni; la sua idea era quella di creare un vaccino contro la peste. Costruì così un laboratorio dove accolse topi, cavie, scimmie e conigli. In una fattoria poco lontana mise cavalli, buoi e bufali, assumendo anche un veterinario per curare gli animali, il dottor Pesas.

Nell’estate del 1895 Yersin venne richiamato con urgenza a Parigi, perché all’Istituto Pasteur non riuscivano a creare il vaccino! È il Governo Francese stesso che gli fa la richiesta, perché giustamente le autorità erano spaventate dalla presenza della peste, solo assopita entro quelle fiale, poste nel cuore di Parigi! I timori erano: lo sbaglio di un laboratorista, l’atto di uno squilibrato, l’attacco di un gruppo estremista, che avrebbero potuto diffondere il flagello e resuscitare nel XV Arrondissement la peste nera, sterminando la popolazione di Parigi.

E Alexandre si mise al lavoro alacremente ed in sequenza immunizzò il topo, poi la cavia, poi il coniglio e il cavallo, che formavano anticorpi contro la peste permettendo la creazione del vaccino anti peste! Rimaneva solo un ultimo passo: provare il vaccino sull’uomo, Yersin infatti scrive:

 “Queste esperienze sulla sieroterapia meritano dunque di essere proseguite. Se i risultati ottenuti sugli animali continuano a essere soddisfacenti, sarà il momento di tentare di applicare all’uomo lo stesso metodo di prevenzione e di trattamento contro la peste.”

Nel 1896 andò a Canton, dove la peste aveva ucciso circa 150.000 persone su una popolazione di 2 milioni ed incontrò il console di Francia per concordare i permessi per la sperimentazione umana. Questi mise in guardia lo scienziato circa l’odio che aveva la popolazione cinese verso i coloni europei. Pertanto, trattandosi di un siero testato unicamente sui cavalli, era necessario che la prima iniezione fosse eseguita in massimo segreto per scongiurare il pericolo di una rivolta in caso di insuccesso.

 L'occasione si presentò con un diciottenne cinese, di nome Tisé, giovane seminarista, il quale manifestava da giorni gravi sintomi della malattia. Yersin gli iniettò il vaccino e lo vegliò tutta la notte, la mattina seguente il giovane stava già meglio; la guarigione fu più che immediata, i sintomi si attenuarono dopo meno di 24 ore dall'inoculazione. Yersin è il primo medico a guarire un appestato, anche se non aveva la maschera nera con il becco lungo!

Mentre i premi Nobel cadevano a pioggia sull’Istituto Pasteur, per l’uomo che ha sconfitto la Morte Nera nessun riconoscimento scientifico, una vera ingiustizia!


Ritorno a Nha Trang


Al ritorno nella città di Nha Trang Yersin, che la popolazione chiamava
Docteur Nam ,si dedicò alle molteplici attività, che lo avevano sempre interessato: chimica, veterinaria, astronomia ed agronomia. Progettò e fece costruire una casa a pianta quadrata, nella quale distribuì al piano terra le cucine, al primo le camere da letto, nell'ultimo piano studio e la biblioteca e sul tetto una cupola astronomica. Intraprese anche il progetto di costruzione di una sede dell'Institut Pasteur terminato nel 1905.

Casa di Yersin a Nha Trang

Nel 1902 venne inaugurato l'ospedale di Hanoi e la direzione generale dell'ospedale fu affidata a Yersin. Egli si occupò del reclutamento del personale, dell'organizzazione dei programmi su modello francese e tenne le lezioni dei corsi di fisica, chimica ed anatomia.

Acquistò anche la concessione di 500 ettari di terreno da destinare in parte alla coltivazione di caffè e avena, e in parte al pascolo di centinaia di capi di buoi, mucche, cavalli, pecore e capre. La produzione sia animale che vegetale era utilizzata, oltre che per il proprio sostentamento, per le ricerche scientifiche.

Una delle attività particolari che più lo attrasse fu la coltivazione della Hevea brasiliensis la gomma naturale. Aveva iniziato con una coltivazione di un centinaio di ettari, poi negli anni successivi raggiunse i 300 ettari, con una produzione di due tonnellate di lattice al mese.  Era uno dei fornitori dell'azienda Michelin. Durante un viaggio in Francia acquistò la sua prima automobile una Serpollet da 6 CV che raggiungeva i 25 km/h!

 

Serpollet da 6 CV

Nel 1934 dopo la morte dell’amico Roux venne nominato direttore onorario dell'Institut Pasteur di Parigi, dove dovrà recarsi ogni anno per presiedere l’assemblea generale.

Alexandre Yersin morì il 28 febbraio 1943 nella sua amata Nha Trang, a causa di un ictus cerebrale. La sua tomba, che si trova nella città, riporta semplicemente nome, anno di nascita e anno di morte, ma è diventata il principale sito di pellegrinaggio vietnamita.

La popolazione locale lo considerava un Savant, una divinità buona, che li aveva sempre curati, amati e aveva dato loro campi e animali per il loro sostentamento.

 

edicola votiva dedicata al  Doctor Nam 

 

 
tomba di Yersin circondata da piante di Hevea brasiliensis










Bibliografia:

-Alexandre Yersin - Un pasteurien en Indochine

  di Henri H.Mollaret e Jacqueline Brossollet


 - Alexandre Yersin, un passe-muraille (1863-1943) : Vainqueur de la peste et de la diphtérie, explorateur des hauts plateaux d'Indochine

di  Pierre Leroux e Jean-Louis Sarthou


Docteur Nam - la Fabuleuse Histoire de l'Homme Qui Soigna la Peste

di Du Closel Elisabeth



giovedì 26 novembre 2020

La Peste Nera

 



 

So che stupirò molti lettori dicendo che l’agente della Peste non è un Virus, come molti pensano, ma un batterio il cui nome è Yersinia pestis, si tratta di un cocco-bacillo, che ha la forma di un corto cilindro.

I primi casi di peste risalgono a 5.000 anni fa e questo batterio ha avuto un tempo molto lungo per evolversi ed adattarsi perfettamente all’uomo fino diventare un terribile agente di morte.

 Brevemente questa malattia è una Zoonosi, cioè una  malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali all'uomo e i protagonisti sono : ratto – pulce – uomo. I ratti vengono infettati dal batterio, poi le pulci aspirando il loro sangue caricano anche il batterio e lo trasmettono all’uomo pungendolo.

 Ma vediamo i protagonisti di questa Zoonosi …

Inizialmente in Europa c’era solo il Rattus rattus o ratto nero orientale, molto resistente allo Yersinia, che difficilmente moriva; quando nel XIV secolo venne sostituito dal Rattus norvegicus o ratto grigio, che moriva di peste, costringendo le pulci a passare ad altri ospiti, iniziarono le grandi Epidemie.

La pulce, che non è mai variata è la Xenopsylla cheopis, con cui il batterio ha un legame evolutivo perverso, una volta ingerito dalla pulce le blocca lo stomaco e la costringe letteralmente a vomitarlo nell’uomo che pungerà. È stato necessario un tempo molto lungo perché l’Evoluzione stabilizzasse questo percorso … diffidate di coloro che ora vi dicono che il SARS-CoV-2 evolve in pochi giorni, non è affatto vero!

Si distinguono tre forme di peste: peste bubbonica, peste polmonare e peste setticemica.

La peste bubbonica  vede la proliferazione del batterio nei linfonodi con conseguente necrosi, che se non trattata, evolve in setticemia e causa la colorazione nera della pelle, che ha creato il nome comune della malattia.

Il batterio Yersinia pestis venne scoperto solo nel 1894 da Alexandre Yersin, un medico franco-svizzero, che operava come batteriologo all'Istituto Pasteur, durante un'epidemia di peste scoppiata ad Hong Kong; Yersin aveva inseguito i focolai epidemici in Oriente fino a trovare finalmente il batterio!

Ma stavo dimenticando di dire la cosa più bella: essendo lo Yersinia pestis un batterio viene ucciso dagli Antibiotici! Pensate ai milioni di morti causati da questo orribile morbo, prima che il medico scozzese Alexander Fleming scoprisse la penicillina, la Buona Scienza aiuta l’Umanità!

I soliti Cinesi, che non si fanno mai mancare nulla e che non dimentichiamolo mai sono coloro che hanno creato l'attuale pandemia, per negligenza o altro,  lo scorso settembre hanno avuto casi di peste bubbonica nella provincia dello Yunnan; là la peste è endemica tra le marmotte e loro le mangiano crude!

Prima di chiudere vorrei spendere ancora qualche parola per spiegare chi rappresentano le sinistre immagini che vedete in questa pagina … sono i Medici della Peste !

Questo “costume” fu creato da Charles de Lorme, medico della corte reale di Francia durante il XVII secolo e non come molti pensano a Milano o a Venezia!

L’abbigliamento era composto da un cappotto ricoperto di cera profumata, calzoni alla zuava legati agli stivali, una camicia infilata nei pantaloni, accompagnati da cappello e guanti in pelle di capra. I medici della peste portavano anche una verga che permetteva loro di visitare gli appestati, senza toccarli direttamente.

L’abbigliamento del capo era particolarmente insolito: i medici della peste dovevano infatti indossare occhiali, spiegava de Lorme, e una maschera con un naso “lungo una ventina di centimetri, a forma di becco, pieno di erbe medicinali e con due soli buchi, uno per lato accanto alla rispettiva narice, ma che era sufficiente a respirare, che portava insieme all’aria l’effluvio delle erbe contenute lungo il becco”.

 

mercoledì 25 novembre 2020

La Peste di Cimamulera



La Peste Nera era lo strumento della Morte, raffigurata con il Nero Mantello e la falce, che dal XIV secolo terrorizzava i popoli europei e quelli del bacino del Mediterraneo.

Ma la peste non viaggiava mai sola, bensì con altre due Compagne: la carestia e la guerra.

I credenti pregavano: “A peste, fame et bello libera nos Domine” in genere però le tre Compagne giungevano in ordine opposto: prima la guerra colpiva i territori provocando le carestie, che indebolivano gli esseri umani, poi arrivava la peste che li uccideva.

A questo punto, devo forzatamente menzionarlo per motivi storici: la Peste era considerata il Flagello con cui Dio puniva i peccatori!

Ma andiamo al XVI secolo quando l’Ossola e le sue Valli, essendo possesso del Ducato di Milano, subirono la Dominazione Spagnola, che con i suoi Governatori inetti, le sue tasse ed i suoi soldati violenti, sporchi e senza guida, provocò danni incalcolabili e fu causa di pestilenze ricorrenti.

Occorre dire che però le autorità avevano già introdotto strumenti, che anche noi abbiamo usato durante l’epidemia di Covid19 e cioè: Prefetti Sanitari che chiudevano i territori e bloccavano la libera circolazione di uomini e merci, creazione di Lazzaretti dove venivano rinchiusi i malati e dove i guariti trascorrevano la Quarantena.

Nel 1576 Milano fu colpita da una violenta epidemia di peste, che causò 14.000 morti, nota come “Peste di San Carlo”, che fortunatamente non giunse in Ossola; però nel vicino Vallese la peste era endemica e si ripresentava nei mesi estivi, motivo per cui le autorità sanitarie avevano chiuso i passi con la Svizzera.

Ma la peste che nel 1585 colpì Cimamulera non arrivò dal Vallese!

Quella che è probabilmente solo una leggenda dice che fu il bandito Antonio Albasino, che da Milano si rifugiò a Cimamulera, a portare la peste.

Invece la peste venne dal lago, risalendo le acque della Toce sui barconi che portavano al Porto della Masone, posto tra Vogogna e Piedimulera, le granaglie della pianura, sempre più scarse in anni di carestia, ma anche spezie e stoffe.

Il porto era gestito dai Cavalieri di Malta, che proprio lì avevano una Mansione, ed era il punto più importante della via fluviale dell’Ossola, ove le merci, che erano partite dalla Darsena di Milano, venivano scaricate dai barconi ed erano trasportate con le some sulle mulattiere alpestri, dirette ai numerosi passi. Dal porto i barconi tornavano al Lago trasportando legna, formaggi, carbone, pelli e sale.

Tale era il movimento di persone eterogenee e merci, che i Commissari della Sanità a fatica riuscivano a controllarlo, per evitare che tra le merci in transito ci fosse il morbo … lasciatemi dire una cosa, dal momento che la peste era mandata da Dio, questi Commissari cosa cercavano tra le merci?

Mah proseguiamo ...

Comunque a metà agosto del 1585 il morbo prese la mulattiera per Macugnaga ed arrivò a Cimamulera, una o più persone furono infettate, l’epidemia esplose e si trasmise a Miggiana e Castiglione e di ritorno a Piedimulera. Si trattava, per gli sfortunati valligiani, di un ceppo di Peste Bubbonica estremamente forte e con grande virulenza.

L’8 settembre da Vogogna, il delegato della Sanità Arcangelo Meravigli dispose la chiusura "della bocca della Tosa", a Fondotoce, per sbarrare il traffico fluviale. Chiese ed ottenne due monatti "avendone non solamente bisogno ma estrema necessità, ritrovandosi ora tra morti e ammalati sessanta persone nel detto luogo di Cimamulera.”

Spesso mi sono sentita raccontare che sempre l’orribile morbo si fermava a Castiglione! Come mai mi sono chiesta? Semplice coloro che abitavano oltre entravano in valle in questo modo: da Vergonte salivano a Fomarco e percorrendo i sentieri dell’Opaco arrivavano a Calasca e poi via sicuri fino a Macugnaga!

Quindi non fu la malevolenza divina a colpire Cimamulera, ma la nefasta Mulattiera che l’attraversava. Dirò di più ora che esiste una strada statale che collega direttamente Piedimulera a Macugnaga … durante la prima ondata della pandemia di Covid19 a Cimamulera non ci sono stati contagi! 

Invece per la serie Qui gladio ferit, gladio perit, la seconda ondata dell'epidemia ha colpito anche Fomarco, Calasca e il resto della Valle Anzasca e non Cimamulera!

Ma torniamo a quel settembre del 1585 … si evidenziò la necessità di creare un Lazzaretto e si scelse un luogo nel "piano di Vergonte Supe­riore, al Sestelerium, frazione di Piedimulera e nel prato del signor Guglielmo Guglielmazzi, Nobile di Cimamulera".

Il Lazzaretto era attrezzato con tende e capanne di frasche per alloggiare i malati ed i superstiti, recintato e strettamente sorvegliato da alcuni soldati sotto il controllo delle autorità sanitarie. Al centro venne eretta una grande croce di legno, tanto grande che la si vedeva in lontananza, da tutti i paesi del Piano. La croce, simbolo della fede del popolo, si credeva essere l'unico possibile rimedio, per fermare l'ira divina.

A Cimamulera la peste fece 200 vittime su un totale di 535 abitanti.

Il 16 ottobre 1585 ai piedi della croce si riunirono tutti gli ospiti del campo: genuflessi, con le mani giunte, assistiti dal cappellano Fornari, innalzarono i salmi penitenziali invocando così la divina misericordia: “Il Signore onnipotente a causa degli innumerevoli pec­cati del popolo di Cimamulera, nel mese di agosto passato ha mandato il flagello della peste… Perciò, fiduciosi nella divina grazia, intendono placare con l'intercessione dei santi, mediante un solenne voto speciale, la collera del Signore, e la giusta punizione dei loro peccati.

 Chiedono che la divina Maestà si degni liberare loro e le loro fami­glie dal tormento della peste: invece di castigarli flagellandoli a morte … Giurano pertanto di erigere nel termine di sei anni, nella terra e luogo di Cimamulera, una cappella dedicata ai santi Rocco, Fabiano e Sebastiano”. (1)

Vorrei ora riflettere su un fatto importante: ma davvero questi sacerdoti potevano credere che Dio mandasse la peste per punire questa povera gente ossolana, falcidiata da guerre e carestie? E come li hanno messi, malati e convalescenti? Tutti in ginocchio a pregare e ad autoaccusarsi! Lasciatemelo dire ... che vergogna!

La peste finì quasi subito e dopo la quarantena i superstiti tornarono nel loro paese … la popolazione era dimezzata, famiglie intere erano scomparse, ma anche quelle rimaste erano state colpite..

 




Venne edificato anche l’Oratorio di San Rocco, nella piazza principale di Cimamulera, di fronte alla Parrocchiale. Sopra la porta d’ingresso fu posta una lapide, collocata sotto un’immagine del Santo, recante la scritta:

1585

+ HOC POPULUM TEMPLUM CURAVIT TOLLERE CHRISTO ET ROCHO DIVO, PESTIS AMARA LUES CUM PREMERET DIRE TOTUM ET PLUS PARTE PEREMPTUM QUI STATIM LIBER TENDIT AD ASTRA MANUS

Il Popolo curò di innalzare questo tempio a Cristo e a San Rocco, mentre una terribile epidemia di peste infieriva in maniera crudele su tutto il popolo e già gran parte era stata uccisa, popolo che, subito libero, tende le mani al cielo


La chiesetta dedicata al Santo di Montpellier esiste ancora, ha uno stupendo altare in legno decorato, che incornicia un quadro ad olio su tela, molto bello dipinto da Valentino Rossetti da Omegna nel 1696.




Nella parte superiore del dipinto si trova la Vergine Maria con il Bambino in braccio, contornata da cherubini, e da altri Santi; da sinistra a destra: Santa Apollonia, San Giulio, San Maurizio e Santa Margerita.

Nella parte inferiore del dipinto sulla destra è rappresentato San Sebastiano, trafitto dai dardi della peste e sulla sinistra San Rocco nella sua immagine classica, con i segni del morbo su una gamba … manca il cane!

Devo essere sincera, essendo io di origini cimamuleresi, mi sono commossa nel raccontare questa terribile vicenda occorsa a persone con cui condivido parte del mio DNA.

 

 

Bibliografia:

 -Documento del Giuramento conservato nella Casa Parrocchiale di Cimamulera

 -Tullio Bertamini  “Storia di Cimamulera”, 2001

 -Enrico Rizzi  “Memorie di fame, carestie e peste nell’Ossola. XIV – XVII secolo” Grossi, 2018

  

giovedì 21 novembre 2019

IL GIOVANE LEONARDO




L’Antefatto


Leonardo nacque il 15 aprile 1452 ad Anchiano, frazione di Vinci da una relazione amorosa tra il giovane notaio ventiseienne Ser Piero da Vinci e la giovanissima Caterina di Meo Lippi, di circa 16 anni, figlia di fittavoli della famiglia da Vinci.
I due si conobbero nell’estate del 1451 nelle bellissime campagne che ancora oggi circondano la piccola città di Vinci, ricche di ulivi e viti. Ser Piero illuse l’ingenua Caterina, dicendole che l’avrebbe sposata, ma così non fece e dopo due mesi tornò a Firenze, dove si fidanzò con Albiera di Giovanni Amadori, ragazza di ricca famiglia. Caterina si accorse di essere incinta e lo comunicò a Ser Antonio e alla moglie Lucia.


Quando il giovane notaio venne a conoscenza della notizia, ne fu felice e disse a Caterina che avrebbe dato al bimbo il suo cognome, ma che non avrebbe potuto riconoscerlo legalmente perché nato fuori dal matrimonio. La giovane partorì nella propria casa ad Anchiano, ma il piccolo Leonardo le fu tolto dai Nonni, che lo portarono nella loro dimora a Vinci.
Il Nonno paterno Ser Antonio così ricorda con orgoglio la nascita del primo nipote:

Nacque un mio nipote, figliolo di ser Piero mio figliolo a dì 15 aprile in sabato a ore 3 di notte.
Ebbe nome Lionardo. Battizzollo prete Piero di Bartolomeo da Vinci, in presenza di Papino di Nanni…”

Il bimbo venne battezzato nella piccola chiesa di Santa Croce in Vinci, ove ancora oggi è possibile vedere il Fonte Battesimale e la targa che riporta l’annuncio di Ser Antonio.



 

Pochi giorni dopo Caterina venne accolta nella casa dei Nonni, in qualità di balia! Così veniva chiamata da tutti … la Balia di Leonardo, non la Madre. Certo Leonardo, che doveva essere intelligentissimo già in tenera età, sapeva benissimo che Caterina era sua Madre, anche perché in seguito ebbe solo una serie di Matrigne, Ser Piero infatti ebbe il primo figlio legittimo, dalla sua terza moglie, quando Leonardo aveva già 24 anni! Una piccola rivincita del Destino su un uomo che non riuscì mai ad amare e a comprendere il suo prodigioso figliolo.Dopo circa un anno la giovane venne allontanata da Leonardo e data in sposa ad un brav’uomo, il ceramista Antonio Buti del Vacca, un ex soldato di ventura, dal quale ebbe cinque figli.


Molti anni dopo la povera Caterina raggiunse Leonardo a Milano, ove lui lavorava per il Moro, e trascorse con lui gli ultimi due anni della sua vita.



La Madre araba

 

Voglio qui spendere poche parole per informare i lettori che quanto ho scritto sui genitori di Leonardo è provato da dati storici e catastali raccolti a Vinci e a Firenze.
Come mai lo faccio? Semplicemente perché in questo periodo spuntano ipotesi deliranti sulla Madre di Leonardo! Da impronte digitali da lui lasciate sul San Girolamo, sedicenti esperti hanno affermato che il Genio Universale fosse di origini arabe, come se dalle impronte digitali si potesse dedurre l’etnia di una persona!

Quindi la Madre di Leonardo era araba? o una schiava circassa, o mediorientale? E poi uno chiede ma queste schiave si chiamavano Caterina? Tipico nome orientale eh!
Ma la più bella è recentissima … ci hanno anche scritto un libro: Colei che generò Leonardo era di Hong Kong, infatti quando vedrete più avanti il frutto di questo incrocio, noterete i caratteristici occhi a mandorla e le altre caratteristiche del Fenotipo Cinese.


Gli Anni trascorsi a Vinci

 
Ser Piero si stabilì a Firenze con la moglie, Leonardo invece rimase a Vinci con i Nonni e lo Zio Francesco.
Questo è confermato nella dichiarazione per il Catasto di Vinci dell'anno 1457, ove si riporta che Ser Antonio aveva 85 anni e abitava nel popolo di Santa Croce, marito di Lucia, di anni 64, e aveva per figli Francesco e Piero, d'anni 30, sposato ad Albiera, ventunenne, e con loro convivente era «Lionardo figliuolo di detto ser Piero non legittimo nato di lui e della Chaterina che al presente è donna di Antonio del Vacca da Vinci, d'anni 5».

Tra Leonardo e lo Zio Francesco c’era un’ottima intesa, spesso esploravano le campagne e i boschi intorno a Vinci; Leonardo era felice perché poteva osservare fiori ed animali, un amore per la Natura che traspose nei dipinti e nelle sue ricerche sul volo.
Conosceva bene e distingueva le diverse, mi verrebbe da dire specie, ma è un termine che fu introdotto tre secoli dopo; quindi dirò distingueva i diversi tipi di fiori. Infatti quando realizzò quel dipinto meraviglioso che è l’Annunciazione, li riprodusse in grande numero e con molta esattezza.

La Corporazione dei Notai di Firenze, non ammetteva figli illegittimi, per cui Ser Piero non si preoccupò di dare un’istruzione al figlio!
La sua educazione fu piuttosto disordinata e discontinua, senza una programmazione di fondo e suoi precettori furono il nonno Antonio, lo zio Francesco e il Sacerdote che l’aveva battezzato. Il fanciullo imparò infatti a scrivere da solo, con la mano sinistra, scrivendo sul foglio da destra a sinistra, in maniera del tutto speculare alla scrittura normale.
Sappiamo da Giorgio Vasari, che infine il padre (bontà sua), iscrisse il figlio alla scuola dell'Abaco, dove apprese le basi dell'Aritmetica e della Geometria e che se ne allontanò perché l'insegnante non soddisfaceva le sue richieste di spiegazioni: “movendo di continuo dubbi e difficultà al Maestro che gl’insegnava, così bene, che spesso lo confondeva”

Leonardo comunque recuperò quando a Milano conobbe il grande matematico Fra’ Luca Pacioli, che lo introdusse ai Misteri della sua Scienza; egli fu attratto soprattutto dalla Geometria e da alcune tipologie di problemi ad essa collegabili, che presentavano un interesse anche da un punto di vista pittorico e architettonico.
 
 

Si va a Firenze …


 

Nel 1464 Ser Piero portò Leonardo a Firenze, includendolo nella sua famiglia. Fin da piccolo Leonardo amava tracciare linee e disegni sulla carta di buona qualità, che certo non mancava nella casa del Nonno; anche suo padre si era accorto che il figlio aveva buona attitudine per il disegno.
 
Poi un giorno un fittavolo si recò da Ser Piero con una bella rondella di legno, chiedendogli di farla decorare da un pittore, lo avrebbe risarcito con della cacciagione. Ma anziché pagare un pittore lui portò il disco a Leonardo e gli chiese se voleva dipingerlo; il ragazzo si chiuse nella sua stanza per una settimana! Aveva deciso di creare uno scudo da guerriero, vi dipinse infatti la testa di Medusa, per renderla ancora più spaventosa aggiunse serpi, lucertole, grilli, locuste e ramarri, tutti rigorosamente dipinti dal vivo! Quando l’opera fu terminata il ragazzo fece entrare il padre nella sua stanza, aprì le scuri e lasciò entrare la luce; Ser Piero si spaventò moltissimo, ma poi quella Medusa con il volto incorniciato da animali gli piacque molto! Naturalmente lo vendette subito per 100 scudi a dei mercanti. Così era il padre di Leonardo … il giudizio lo lascio a voi lettori.
 
Come per altre opere del Genio di Vinci non si sa dove sia finito lo scudo, dopo essere stato per un periodo proprietà del Duca di Firenze Cosimo de’ Medici. Pieter Rubens immagine e Caravaggio immagine  lo videro sicuramente, ma forse fu più Rubens ad ispirarsi all’opera di Leonardo.
Allora Ser Piero, facendo finalmente una scelta illuminata, portò Leonardo nella Bottega di Andrea del Verrocchio, pittore, scultore ed orafo fiorentino di grande talento. Quella del Verrocchio era indubbiamente la miglior Bottega dell’Arte di Firenze, tra gli apprendisti c'erano Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Domenico Ghirlandaio e Lorenzo di Credi.  Questo fu l'ambiente in cui Leonardo apprese la sua arte.
Nella Bottega si esercitavano vari tipi di attività: dalla pittura e scultura alle arti cosiddette "minori". Ma soprattutto si praticava l'arte del disegno in modo talmente perfetto che, anche oggigiorno, è difficile sapere se un'opera è stata fatta da un Maestro o dal rispettivo allievo. Oltre che dipingere e scolpire, agli allievi venivano insegnate alcune nozioni di carpenteria, architettura, meccanica ed ingegneria.
Già nel 1472 Leonardo era riconosciuto come vero e proprio pittore autonomo. La sua prima opera è datata 5 Agosto del 1473 ed è intitolata Il Paesaggio sul Fiume.
Si tratta di un disegno realizzato con una veduta a volo di uccello e riprende la Valle del fiume Arno.
Fu anche il primo paesaggio vero e proprio, non solo lo sfondo di un dipinto.
 



 
Anche Leonardo venne coinvolto dal Verrocchio nella realizzazione di un dipinto … si trattava del Battesimo di Cristo, a lui venne assegnato l’ultimo angioletto in basso a sinistra. Leonardo lo dipinse così bene, (e a mio parere dipinse anche lo sfondo sfumato), che il Verrocchio spezzò i suoi pennelli, giurando che non avrebbe mai più dipinto! Ora questa è sicuramente una Leggenda Metropolitana, ma l’abilità del giovane pittore è evidentissima.
 
 







 
Dopo opportuni confronti forse era meglio che il Verrocchio si desse alla scultura!

Leonardo nacque vecchio?
 
 
 

Ma arriviamo ora ad un punto molto importante. Leonardo nacque vecchio? E a 15 anni aveva già l’aspetto di un vecchio cadente, che possiamo vedere nel suo presunto autoritratto eseguito a sanguigna? Questo intendo?

Ovviamente no, ma vorrei che rifletteste su un fatto: perché i grandi geni del passato sono sempre rappresentati con immagini che li ritraggono vecchissimi. Vi chiedo avete mai visto immagini giovanili di Charles Darwin o di Albert Einstein? Non credo proprio. Io ne ho parlato  QUI  nel mio Blog! Andate a dare un'occhiata …

 

 

Il bellissimo Leonardo

 
E allora che aspetto aveva Leonardo? Attorno ai 30 anni veniva descritto così da chi lo conobbe: era molto alto ed aveva un fisico prestante, il viso bellissimo era illuminato da grandi occhi chiari, molto dolci; aveva capelli biondi, che portava lunghi, facendo ricadere i riccioli sulla schiena.


Questo è convalidato da dipinti e sculture in cui lui appare, perché era così bello che spesso veniva usato come modello. Dove? Calma che ci arriviamo …


 Il Verrocchio lo usò come modello per la sua splendida statua del David.





Nella pala di Francesco Botticini: I tre Arcangeli Leonardo è San Michele che regge la spada.
 
 
 


 
 

E poi nella Adorazione dei Magi del Botticelli è il giovane vestito di bianco accanto a Lorenzo de’ Medici.
 
 




 
 

Terminando questo lungo excursus su Leonardo, diciamo che potrei accettare come sua immagine di quando era più agée questa realizzata dal suo Discepolo Francesco Melzi, che lo seguì ad Amboise …
 
 
 
 
Arrivederci Leonardo … ho un unico rammarico che non sia ancora stata inventata una Macchina del Tempo, che mi permetterebbe d’incontrarti  :(